Fin dove posso

Fin dove posso indaga il limite emotivo attraverso luce e orizzonte. L’abbaglio cancella i contorni e altera la percezione; l’orizzonte, mobile e instabile, diventa metafora di ciò che possiamo sostenere e di ciò che ci supera.

Fin dove posso nasce da un’indagine visiva su ciò che, nell’esperienza emotiva, può assumere la forma di un limite: una difficoltà che disorienta, altera la percezione e rende incerto il rapporto tra ciò che si sente e ciò che si vede. Nel progetto, questa condizione si manifesta attraverso un uso intenso della luce. L’eccesso luminoso non rivela, ma cancella: produce perdita dei contorni e instabilità dell’immagine. L’abbaglio diventa così la traduzione visiva di una percezione sovrastimolata, in cui l’emozione occupa lo spazio fino a rendere incerto il confine tra esterno e interno.

L’orizzonte diventa, in questo senso, una figura attraverso cui pensare tale instabilità. Pur apparendo come il margine estremo del visibile, non è mai realmente fisso: cambia con lo sguardo, arretra, si ridefinisce continuamente. Per questo viene assunto qui come metafora di un limite interiore mobile, che separa ciò che può essere sostenuto da ciò che eccede.

A questa luce eccessiva si contrappone poi un’altra soglia, legata non più all’abbaglio ma alla sottrazione della luce: l’orizzonte degli eventi. Nella fisica dei buchi neri, è il punto oltre il quale nulla può tornare indietro, nemmeno la luce. Nel progetto questa immagine diventa metafora di ciò che attrae e inghiotte, di una zona in cui il limite non è più abbagliante ma oscuro, non più sovraesposto ma assorbito.