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  • Dates
    2025 - Ongoing
  • Author
  • Location Paris, France

La cosa che ricordo meglio me la insegnò mio padre quando avevo 7 anni, da lì non la dimenticai mai più: la tabellina del sette. Fu così emozionante che ancora oggi è una delle cose che ricordo meglio della mia infanzia.

La memoria non dichiarativa consiste in quella forma di memoria a cui non possiamo accedere consapevolmente. Non siamo in grado di verbalizzare una esperienza sensoriale o motoria immagazzinata con tale modalità.

La memoria implicita è quella parte di noi che agisce nell’ombra, custodendo ricordi ed esperienze che non possiamo richiamare consapevolmente, ma che influenzano profondamente il nostro modo di sentire e di reagire. È l’amigdala a orchestrare questo processo, immagazzinando emozioni e segnando la nostra percezione del mondo fin dai primi anni di vita. Anche se non possiamo ricordare consapevolmente ciò che accade nella primissima infanzia, quelle esperienze lasciano un’impronta duratura, condizionando il nostro modo di relazionarci con gli altri e con noi stessi.

Durante l’adolescenza, il cervello attraversa trasformazioni profonde: la materia grigia si modella, le connessioni si affinano, e la ricerca di identità diventa centrale. Le emozioni si fanno più intense, spesso difficili da gestire, e il bisogno di appartenenza si scontra con il desiderio di indipendenza. È in questo equilibrio precario tra emozioni e razionalità che si definisce gran parte della nostra personalità.

Ma cosa accade quando il sistema emotivo viene costantemente sollecitato? Il capitalismo cognitivo sfrutta proprio questo meccanismo, spingendoci a reagire in modo impulsivo, a consumare senza riflettere, a restare sempre connessi e produttivi. In questo contesto, il disturbo borderline di personalità può essere visto come una risposta estrema a un ambiente che non lascia spazio alla regolazione emotiva.

Eppure, esistono modi per resistere a questa pressione costante. Foucault e Rancière parlano di “cura di sé” e di pratiche di verità come strumenti di emancipazione. La fotografia, in questo senso, può diventare un mezzo per esplorare ciò che resta nascosto, per dare forma visiva a ciò che non riusciamo a esprimere a parole. Immagini che raccontano la tensione tra il visibile e l’invisibile, tra il controllo e l’istinto, tra il passato che ci plasma e la possibilità di riscrivere noi stessi.

L’obiettivo è catturare le tracce lasciate dalla memoria implicita: gesti inconsapevoli, sguardi che tradiscono emozioni represse, spazi che evocano ricordi sepolti. È un viaggio nei meccanismi invisibili che ci governano, un tentativo di dare voce a ciò che il nostro corpo ricorda, anche quando la mente non lo fa.

La memoria emotiva inconscia e non dichiarativa è il tema centrale del progetto, ispirato a un ricordo d'infanzia particolarmente vivido. Esploro questi temi attraverso un linguaggio visivo e narrativo, utilizzando autoritratti e immagini che evocano memorie intime. Il legame tra emozione e percezione emerge come filo conduttore, intrecciando esperienze personali con un’indagine universale sull’identità e la memoria.

La scelta di raccontare l’influenza dell’infanzia sulle emozioni e sui comportamenti, associata a riflessioni su disturbi come il disturbo borderline di personalità, mira a sensibilizzare sull’impatto delle esperienze precoci, evidenziando l’importanza del contesto familiare e sociale nella formazione dell’equilibrio emotivo di un individuo. Attraverso questo lavoro, cerco di visualizzare i processi invisibili che plasmano il nostro modo di sentire e ricordare, rendendo tangibili emozioni che spesso sfuggono alle parole.

Emozioni e memoria sono dunque profondamente connesse, le reazioni emotive di fronte ad un 'opera d'arte, come ad esempio il pianto davanti ad un dipinto, per citare Elkins, sono un esempio

tangibile di come l'arte riesca a toccare le aree emotive e non razionali della memoria implicita. Come sottolieava l'appena citato, in "Images et Larmes", l'arte può fungere da catalizzatore delle

emozioni intense che attivano memorie inconscie legate ad esperienze passate, provocando rivelazioni emotive. In questo senso gli autoritratti del progetto rappresentano una manifestazione del modo in cui è possibile portare alla luce emozioni e ricordi inconsci facendo emergere in superficie parti del se frammentate e nascoste, dando forma e voce a queste memorie ed offrendo loro cura e "spazio reale" che anche gli altri possono vedere. In tal senso, l'arte può fungere da mezzo terapeutico, aiutando a sviluppare strategie per gestire le relazioni e costruire una narrazione più coerente della propria identità. Nei casi in cui espremere le proprie emozioni diventa complicato, l'arte può offrire loro un linguaggio visivo per tradurre il tutto in qualcosa di tangibile fungendo da mezzo per

comunicare l'in- comunicabile. La connessione tra neurobiologia e arte è estremamente interessante, e il modo in cui quest' ultima può diventare una forma auto-esplorazione, oltre che uno strumento di comprensione, è un campo ancora da approfondire. L'arte contemporanea deve sicuramente offrire nuove prospettive su come la nostra mente reagisce agli sti-

moli artistici, permettendoci di riflettere sul legame tra emozioni, cervello e creazione artistica.

7x7=49 by ALLISON

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