Armungia - PhMuseum

Armungia

Simone Mizzotti

2014 - Ongoing

Italy

L'applicazione delle coordinate per l'identificazione della propria posizione, è un concetto relativamente recente. Prima degli sviluppi cartesiani e degli avanzamenti tecnologici nell'arte marinara, orientarsi era una questione di riferimenti visuali, nient'altro.

Il primo gesto che mostra la volontà umana di avere percezione certa della propria posizione, si ha quando l'uomo decise di agire sullo spazio, semplicemente cambiando l'orientamento di una pietra per creare un segno, un artificio riconoscibile a lunghe distanze. Ma se su territori fisici, orientarsi è una questione di punti visivi o numerici, le sconfinate distese della memoria pongono problematiche ben più complesse.

Il ricordo per quanto forte, non è un punto stabile in una mappa, una pietra sollevata, ma un oggetto mutevole archiviato in uno spazio instabile. L'atto del ricordare diventa quindi il frutto di una intersezione tra punti di riferimento infiniti, che vanno dalle più solide coordinate, passando per i territori dei sensi, fino ad approdare nell'invenzione. Ciò che si ha davanti è quindi uno spazio liquido dove l'atto della ricerca diventa un gesto ibrido di creazione, non un semplice ripescaggio di informazioni.

Il lavoro di Simone Mizzotti, usa questo assunto per indagare il territorio del paese di Armungia come se fosse un singolo individuo pensante, una singola mente. La comunità e la sua terra diventano un tutt'uno che si lascia andare alla ricerca di una memoria indefinita, persa negli orizzonti e nella natura, nei monti e nei suoi abitanti. Un gioco di rimandi dove i personaggi si rimpallano vicendevoli interrogazioni fatte da lunghe riflessioni contemplative e da sguardi in attesa di segnali, passaggi e attraversamenti da cogliere.

Nelle sue immagini Mizzotti non cerca una memoria imprigionata nelle pietre del folklore, ma più una sensazione sfuggente di memoria profonda, difficile da far venire a galla, capace di palesarsi e sparire nello stesso attimo. Una memoria che quando la si prova è capace di lasciare un brivido sulla pelle e un pugno di mosche nella mano. Attraverso la loro rappresentazione, persone, paesaggi e gesti della tradizione, si avvicendano nel cercare un ricordo comune, come fosse la prima volta che si cimentano in questo compito, conducendo il fruitore verso le poetiche derive del fantasticare.

L'immagine si fa memoria, non nel suo significato di custode statica del momentum, ma nel senso di rappresentazione che ricerca e suggerisce, che stimola percorsi mnemonici personali, creando connessioni tra luoghi e vissuti diversi. Un approccio che richiama il classico Roland Barthes, quando nella Camera chiara scriveva “ La foto mi colpisce se io la tolgo dal suo solito bla-bla: tecnica, realtà, reportage, arte, etc. Non dire niente, chiudere gli occhi, lasciare che il particolare risalga da solo alla coscienza affettiva”.

Forse la chiave profonda di questo lavoro è proprio questa: rifuggire da precise coordinate e punti di riferimento, per lasciarsi andare ai più semplici stimoli, permettendo alla rappresentazione, di dialogare con la nostra memoria, lasciando che questa interazione alchemica dissolva il confine tra ciò che è stato e ciò che ci ricordiamo.

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